La figura del ribelle : scrittura di sé e forme di autolegittimazione


Castello Guevara (Bovino-Foggia – Italia) 4-7 agosto 2011



Le autobiografie di ribelli, segnalano da un lato la volontà di ‘legittimare’ il proprio operato in contrapposizione alle norme sociali costituite, dall‘altra descrivono più o meno indirettamente il profilo della società che li rifiuta e contro la quale si pongono. 
Un ribelle, un rivoluzionario, un brigante, si pone al di fuori di schemi convenzionali, 
scrivendo la sua autobiografia desidera trasmettere la sua maniera di pensare, spiegare il suo operato, difendere la sua singolarità. 
Scrive il brigante Crocco - nato a Rionero in Vulture (Potenza) nel 1830, e morto in prigione a Portoferraio (Livorno) nel 1905 -: «A 15 anni mi sentivo uomo fatto; non avevo paura di nessuno e sentivo in me il bisogno di prevalermi dei miei simili, di distinguermi dall’ordinario, fosse pure con pericolo di vita». (Carmine Crocco, autobiografia: Come divenni brigante). 
Nell’incipit Carmine Crocco si posiziona segnalando la data e il luogo dove comincia a scrivere la sua autobiografiaa. Sguardo retrospettivo e prigionia sono dunque le due circostanze iniziali dell’enunciazione.
Fra le prime righe «la sua popolazione [di Rionero in Vulture] è di 12000 abitanti tra i quali trovasi il vero tipo dei Lucani di cui fa menzione Telemaco». Da queste battute si comprende come Crocco, un brigante, autore di molti omicidi, già dall’incipit vuole nobilitare le sue origini (cita Telemaco), e in tutto il corso della sua autobiografia supporta la descrizione della vita con forme varie di autolegittimazione, fino all’explicit: «Io non ho mai potuto comprendere come sia composto il consorzio sociale; so che il disonesto nessuno lo può vedere, tutto lo fuggono, la legge non lo capisce... e poi si chiama scellerato colui che lo assassina... e non si vuole affatto comprendere come non tutti gli uomini siano degni di vivere».

Questo è un esempio, scelto fra tanti altri, di un’autobiografia di un brigante che intende spiegare lo svolgersi di un’esistenza fuori dai canoni, in un racconto che si preoccupa di legittimare e di spiegare la sua eccezionalità. 
I testi di Eric Hobsbawm fanno emergere la figura del marginale, in senso largo, che sente di avere il diritto alla auto/biografia, e in questi racconti–intervista emergono i tratti di una marginalità, di una ribellione scelta, voluta.
In L’autobiografia della leggera di Danilo Montaldi (1961) i proletari e i sottoproletari della Bassa padana, si raccontano – anche attraverso i loro lavori illegali -, come oppositori ad un avanzamento dell’industrializzazione che stava distruggendo l’economia contadina e i suoi costumi. 
Sovente queste autobiografie sono delle excusatio non petita, mostrando in trasparenza la società, i suoi modus viventi, i suoi apparati, ai quali ci si oppone. 
Ha scritto Juri Lotman che Il diritto alla biografia nasce dall’antitesi tipologica fra un comportamento abituale, imposto da una norma valida per tutti e un comportamento inconsueto, che infrange questa norma grazie ad una regola liberamente scelta (« Il diritto alla biografia », in La semiosfera, Venezia, 1985).

Per avere diritto alla biografia e all’a utobiografia scrive Lotman riguardo al periodo romantico «non bastava essere noto –secondo la parole di Puskin - come
...un Melmoth
Patriota? Cittadino del mondo.
Childe Harold, bigotto quacchero?
O sotto qualche altro ritratto?
O “avere nell’animo tre scelleratezze” » ( p. 192).
Avere diritto ad una biografia, e all’autobiografia, «comporta prima di tutto il pubblico riconoscimento della parola come atto» (p. 194). 
Si tratta di un processo di distinzione che distilla ad arte ciò che della propria vita finisce con delineare una certa unicità autobiografica. 
La scelta della lingua anche può essere interpretata come uno strumento per rendere veridico il racconto di sé. Scrivere nella lingua ecclesiastica ad esempio significava già - ricorda Lotman - compartecipare alla santità. Si potrebbe compilare una lunga lista dell’uso di un linguaggio iniziatico per avere il diritto di parola. 
Le arti figurative contribuiscono anche a costruire il ritratto di coloro che a diverso titolo sono fuori della legge. 
Gli aspetti che nel colloquio si vogliono mettere in luce riguardano:
- le forme narrative relative alla forma del raccontarsi del profilarsi, ritrarsi come ribelle.
- Lo sguardo esterno su sé stesso.
- La descrizione implicita e/o esplicita del contesto al qquale ci si oppone.
- Il processo narrativo della distinzione.

Tema che tocca tutte le epoche, quello del ribelle, il colloquio si orienta sul ‘800 ‘900, e sull’attualità, e vuole mettere in luce le strategie argomentative della presentazione di sé, indirizzandosi soprattutto alle testimonianze provenienti dal basso.

-Eric, Hobsbawm, Franc-tireur, Autobiographie, Paris, Ramsey, 2005 (éd. originale : Interesting Times, 2002) ; et Rébellions - La résistance des gens ordinaires : jazz, paysans et prolétaires, trad. Stephane Ginsburgh et Hélène Hiessler, Éditions Aden, Bruxelles, 2010 (éd. originale : Uncommon People : Resistance, Rebellion and Jazz, 1998)
-Juri Lotman, La semiosfera (chap. “Il diritto alla biografia ”), Marsilio, Venezia, 1985.
-Danilo Montaldi, Autobiografie della leggera, Torino, Einaudi, 1961.
- Carmine Crocco, Come divenni brigante, a cura di mario Proto, 
http://www.eleaml.org/sud/crocco/autob_cdc_proto.html

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